Gerolamo Genga

Gerolamo Genga

Gerolamo Genga (1476, Urbino – La Valle 1551). Architetto, scenografo, pittore, disegnatore e fornitore di modelli per oggetti ornamentali, nonché Signore della Montagna di Casteldelci. Trascorse gli ultimi anni della sua vita nella sua residenza nel borgo La Valle, nel territorio di Colbordolo.

 

All’età di circa dieci anni, il padre cercò di avviarlo all’Arte della Lana, ma egli rivelò precocemente il suo interesse per la pittura. Ebbe la sua prima vera formazione artistica da Luca Signorelli, che seguì nei luoghi dei suoi principali cantieri.

 

Il suo apprendistato proseguì presso la bottega di Pietro Vannucci, detto il Perugino, dove studiò la prospettiva e incontrò il suo amico e concittadino Raffaello Sanzio. Si recò poi a Firenze, tra il primo e il secondo decennio del Cinquecento: in questo periodo studiò da vicino le opere di Ridolfo del Ghirlandaio, di Fra’ Bartolomeo, di Raffaello e mostrò una viva attrazione per le stampe nordiche.

 

La prima data documentata nella biografia di Genga è il 1504, quando Elisabetta Gonzaga, duchessa di Urbino, lo incaricò assieme a Timoteo Viti della decorazione della cappella dei Santi. Martino e Tommaso Cantauriense nel duomo della città ducale.

 

Nella Siena di Pandolfo Petrucci, dipinse la Trasfigurazione (conservata presso l’Opera del duomo), primo dipinto documentato, in cui abbandona la lezione del Signorelli e medita sull’attività pittorica di Raffaello a Firenze. 

 

Dal 1513 al 1518 fu attivo in Romagna, dove i padri agostiniani gli commissionarono un polittico per la cappella maggiore della chiesa di Sant’Agostino a Cesena, ma l’opera finì smembrata durante le spoliazioni napoleoniche.

 

A Roma, Agostino Chigi lo incaricò di dipingere la pala della Resurrezione di Cristo, per la chiesa di Santa Caterina da Siena, entrando in contatto con la bottega di Raffaello e subendone l’influsso per l’interesse antiquario, che contraddistinse la fase matura dell’attività del Divin Pittore.

 

Dal 1522 abbandonò la pittura, in favore dell’architettura: fino alla data della sua morte svolse per circa trent’anni l’attività di architetto presso la corte ducale di Urbino, prima per Francesco Maria I e la sua sposa Eleonora Gonzaga, poi alla morte del duca, per il figlio Guidobaldo II della Rovere. Per provvedere alla ricerca di marmi pregiati da impiegarsi nell’abbellimento delle dimore ducali, Genga venne inviato a Roma nel 1523 e, in tale occasione, ebbe frequenti contatti con Sigismondo Chigi.

 

Nel Palazzo di Pesaro ripristinò gli appartamenti ducali, tra il 1523 e il 1531; la critica gli attribuisce il progetto del cortile d’onore e della loggia antistante il giardino segreto, che furono probabilmente completati dal figlio Bartolomeo.

 

Genga fu architetto dei Della Rovere fino al 1551 e la sua attività artistica si svolse principalmente nel ducato di Urbino, soprattutto a Pesaro; come ringraziamento per la sua fedeltà, nel 1528 il duca Guidobaldo II gli donò la montagna di Casteldelci.

 

Dal punto di vista architettonico, la sua opera più importante fu l’addizione, commissionata dai Della Rovere, alla Quattrocentesca Villa Imperiale (antica Villa Sforza), che rappresentò un vero e proprio manifesto del manierismo, espressione del mondo privato tardo-rinascimentale. 

 

Dal 1529 al 1532, lavorò alacremente, adeguando gli appartamenti ducali e dirigendo una équipe di pittori, tra cui Raffaellino del Colle, Angiolo Bronzino, Dosso e Battista Dossi, per la decorazione ad affresco delle sale.

 

Genga, terminati o quasi i lavori nella Villa Imperiale, nel periodo del suo massimo raggiungimento artistico, si accinse a costruire la Villa imperiale nuova, collegata all’antica Villa Sforza, commissionatagli dalla duchessa Eleonora.

 

Nel 1543, curò il progettò della chiesa di S. Giovanni Battista a Pesaro, che avrebbe dovuto celebrare la dinastia ducale, ma che rimase incompiuta.

 

Girolamo Genga morì nel 1551, in località La Valle (nel territorio di Colbordolo), nel castello di Genga, presso la residenza di campagna della sua famiglia, che qui possedeva numerose proprietà.